Il Laos non è un posto… è uno stato d’animo

Il Laos non è un posto… è uno stato d’animo

Pubblicato il: 05/05/2018 / Autore: Tiziana Segato / N. visualizzazioni: 285
Il Laos non è un posto… è uno stato d’animo

Così scriveva lo scrittore “italiano” Tiziano Terzani parlando di questo Paese che è uno degli stati che formano l’ex Indocina Francese dal 1893. Ma, fra tutti i paesi del Sudest asiatico a ridosso del “Balcone sul Pacifico” come è denominata

Così scriveva lo scrittore “italiano” Tiziano Terzani parlando di questo Paese che è uno degli stati che formano l’ex Indocina Francese dal 1893. Ma, fra tutti i paesi del Sudest asiatico a ridosso del “Balcone sul Pacifico” come è denominata l’area del Vietnam di Da Nang, oggi è quello più enigmatico e misterioso. Meta turistica ancora poco conosciuta, il Laos si propone con la bellezza di paesaggi incontaminati e, soprattutto, offre l’occasione di entrare in contatto con uno stile di vita tradizionale ed intimistico, rimasto inalterato nel tempo e che fa di questo paese una gemma da scoprire.

In questo paese un viaggio di una decina di giorni può portare un viaggiatore alla scoperta dell’anima più profonda e antica del Laos, dalle sue religioni alle tradizioni, ai riti quotidiani.

La storia culturale del Paese, anticamente chiamato Lane Xang, “la Terra di un milione di elefanti”, prende forma dalla fusione di tre religioni. I primi abitanti del Laos erano animisti e parte di questa tradizione è tuttora presente; poi dall’India giunse il brahmanesimo e, infine, il buddhismo, che maggiormente influenza la cultura attuale.

Il Laos è infatti uno stato dalla religiosità profonda, da scoprire piano piano. Sin dall’arrivo a Luang Prabang, città laotiana tutelata dall’UNESCO, antica capitale del regno Lan Xang, dove Fa Ngum venne incoronato re nel 1353 dagli alleati Khmer, si ha la sensazione di essere in un luogo speciale. Più che una città, sembra un grande villaggio di coinvolgente armonia, con le case basse,  immerse nel verde delle palme e delle foreste che la circondano. Un gioiello architettonico che vanta ben 54 templi, un maestoso Palazzo Reale (oggi museo nazionale), una bella città vecchia. Da non perdere, il Vat Xieng Thong, il tempio più antico, risalente al XVI secolo, che l’UNESCO ha dichiarato Patrimonio dell’Umanità. Quindi le cascate Kuong Si e alcuni villaggi tribali di etnia H’mong presente in tutta l’area Indocinese. A bordo delle tradizionali barche locali in legno si può risalire il Mekong, grande fiume che percorre il paese per quasi duemila chilometri, fino alle celebri grotte Pak Ou, luogo di culto che ospita numerose statue del Buddha, facendo anche tappa in alcuni villaggi specializzati nell’artigianato e nella produzione di liquori locali.

Percorrendo poi una montagnosa strada statale, lungo la quale si incontrano alcuni villaggi abitati da popolazioni Kheun e Kasi, ricchi di mercati colorati, si arriva a Vang Vieng, dove si possono visitare le grotte Tham Jang. Si prosegue quindi per Vientiane, capitale del Laos, adagiata sul fiume Mekong al centro di una vasta pianura coltivata a riso. La “Città del legno di sandalo”, fondata nel 1563, rimase intatta fino al 1827 quando venne saccheggiata dai Siamesi e abbandonata per decenni. Alla fine dell’800 i francesi la ricostruirono con eleganti ville coloniali e ampi boulevard alberati.

Oggi è una tranquilla città che non conosce ancora il traffico congestionato della Thailandia da cui è separata dal ponte dell’Amicizia costruito sul Mekong nel 1994. La città mostra con fierezza la sua
vitalità sullo sfondo culturale di antichissimi templi e stupa. Vientiane è completamente fuori dal tempo reale, essendo rimasta isolata, come tutto il Laos, per tantissimi anni. Percorrendo i suoi larghi viali, si ammirano l’elegante Palazzo Presidenziale e il That Dam, il monastero Sri Sakhet, il Patuxai, un arco di trionfo edificato a somiglianza di quello parigino, e il Sacro Stupa That Luang, in cui si crede siano conservate le reliquie del Buddha. Il tempio è rappresentato sulla bandiera laotiana ed è il più importante monumento del Paese, simbolo della religione buddista e della sovranità nazionale.

Quindi Pakse, la capitale del sud, fondata dai francesi nel 1905 come centro amministrativo alla confluenza dei fiumi Mekong e Xe Don, e le imponenti cascate Tat Fane. Qui, sull’altopiano di Boloven, vivono le minoranze etniche Mon-Khmer, fra cui gli Alak, i Katu, i Suay. I villaggi Katu e Alak hanno la particolarità di avere le case di palme e paglia disposte in circolo. La tribù degli Suay è specializzata invece nell’addestramento di elefanti. Costeggiando il Mekong, si raggiunge Champasak, un tempo fiorentissimo centro della cultura preangkoriana, con le rovine del Wat Phou, spettacolare tempio khmer già ricordato in una cronaca cinese del VI secolo e oggi nella lista dell’Unesco. Anche se più piccolo del sito archeologico di Angkor in Cambogia, Wat Phu è ricco di atmosfera. La struttura, che si sviluppa su tre livelli, risale agli inizi del Regno di Chenla (VI-VIII sec) ed era probabilmente il luogo sacro per sacrifici umani. Successivamente i Khmer di Angkor scelsero questo tempio come luogo di culto del dio Shiva e lo arricchirono con padiglioni in arenaria, scalinate fiancheggiate da naga, piscine rituali, statue di dvarapala, linga e yoni. Dopo il XII secolo Wat Phou fu convertito in tempio buddhista ed ancora oggi, nel plenilunio di febbraio, è meta di pellegrinaggio.

Infine, proseguendo verso sud sempre lungo il fiume si può esplorare la zona chiamata Siphandone, “le 4000 Isole”, fino all’isola di Don Khong, formata dalla ramificazione del Mekong, all’estremo sud del Laos vicino al confine con la Cambogia Tra dicembre e maggio in questa zona si possono avvistare i delfini d’acqua dolce che risalgono la corrente per dare alla luce i piccoli.

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